Fior di norvegesi. I Motorpsycho alla scoperta della California.

I Motorpsycho vengono da Trondheim, la terza città della Norvegia che ha un temperatura media annua di cinque gradi centigradi.

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A Trondheim – oltre a fare freddo – il cielo è spesso grigio a causa delle nuvole che lo abitano con eccessiva frequenza e che corrono lungo gli spazi sconfinati che si distendono per tutto il fiordo.

Phanerothyme, nono album in studio dei Motorpsycho, è spiazzante e assurdo anche per queste ragioni, e per qualcuno potrebbe essere un lavoro pretenzioso e senza senso.

Se poi lo si contestualizza nella sconfinata produzione discografica della band norvegese, si nota come sia del tutto anacronistico rispetto alle attitudini rumoriste dei tre musicisti.

Stavolta, oltre ad una maggiore ricerca di raffinatezza sonora e ad un nuovo approccio nelle armonie vocali i Motorpsycho attingono a piene mani dalla west coast e dalla scena psichedelica americana di fine anni ’60.

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L’enorme talento e la classe cristallina di Bent SætherHans Magnus Ryan e Håkon Gebhardt si calano benissimo anche in questo insolito scenario e, nonostante riferimenti e citazioni non manchino, Phanerothyme è un esperimento ben lontano dallo scopiazzamento.

Le chitarre costantemente distorte fanno spazio non solo a suoni più puliti e ad un cantato meno graffiante ma anche all’utilizzo di strumenti del tutto nuovi come archi, banjo, flauto e fiati, frutto della collaborazione con una numerosa serie di musicisti. La registrazione delle sovra incisioni orchestrali ne farà rimandare più volte l’uscita.

Tante le perle degne di nota, dal delicato intro di Bedroom Eyes, nella quale chitarra acustica e violini creano atmosfere degne del miglior Nick Drake, al clima decisamente più “elettrico” di For Free, in cui tutto gira ad un ritmo molto più accelerato fino a percorrere territori dalle tinte punk.

I Motorpsycho, da musicisti sopraffini quali sono, saltellano fra rock, folk, blues e jazz e mescolano insieme tempi e generi con una maestria che ha pochi uguali, ed è per questa ragione che i loro live sono delle esperienze straordinarie difficilmente spiegabili a parole.

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Gli otto minuti di Go To California sono goduria pura per le orecchie. Un groove avvolgente e ipnotico, e una parte centrale strumentale nella quale i Doors tornano a vivere musicalmente. I Motorpsycho più che saccheggiare Light My Fire sembrano costruirne l’appendice quasi come a volerla sviluppare in un’estasi psichedelica ancora più acida e avvolgente.

Il termine “phanerothyme” coniato da Aldous Huxley fa riferimento ad esperienze legate all’abuso di psicofarmaci

Melodie semplici e originali, armonie vocali magistralmente costruite, ritmi coinvolgenti e atmosfere calde e rasserenanti come in The Slow Phaseout o nela splendida Blindfolded spiegano in maniera ineccepibile la perfetta alchimia e il segreto del gruppo norvegese.

Phanerothyme è senza dubbio l’album meno Motorpsycho dell’intera carriera della band di Trondheim, e la sua uscita ha fatto storcere il naso a più di un fan della prima ora, ma è un disco ispirato e raffinato che riesce a regalare, ascolto dopo ascolto, una vasta gamma di colori ed emozioni.

La California non sarà mai casa loro ma di certo i Motorpsycho non sembrano dei pesci fuor d’acqua “lontano” dai freddi fiordi norvegesi.

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