C’era un ragazzo che come me amava gli Who più di Beatles e Rolling Stones

Quando mi si chiede chi preferisca fra i Beatles e i Rolling Stones la mia risposta è sempre la stessa: gli Who.

Agli sguardi sbigottiti del mio interlocutore rispondo che si tratta (anche) di una provocazione e di un modo per evitare di rispondere ad una delle domande più stupide che esistano. Tra assoluti non si fanno paragoni, specie se si parla di pezzi di storia. E’ un po’ come chiedere se Mussolini sia stato meno peggio di Hitler. Probabilmente un pelino si, ma parliamo comunque di due idioti-esaltati in termini assoluti.

In ogni caso gli Who sono uno dei miei gruppi preferiti, e sopratutto ritengo che tra le tre siano la band i cui musicisti fossero di gran lunga più dotati tecnicamente e quelli per cui se si potesse tornare indietro nel tempo spenderei fior di quattrini per assistere ad un loro concerto dell’epoca.

Prima di parlare degli Who non si può non fare riferimento al contesto in cui i quattro ragazzi britannici iniziano a calcare i palchi dei club di Londra. Il gruppo nasce e cresce all’interno del movimento mod, a cavallo fra i ‘50 e i ‘60, e ne diventa presto uno dei simboli più rilevanti e riconoscibili in ambito artistico.

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Il culto del parka, della moda sartoriale italiana, delle vespe e delle lambrette, i simboli della Royal Air Force trovano in Daltrey, Townshend, Moon ed Entwistle un riferimento musicale perfetto, e gli stessi Who si  servono del bersaglio stilizzato dell’aeronautica militare britannica per creare il logo che li rappresenterà per sempre.

La smania di ribellione e trasgressione degli Who emerge sin dal primo singolo My Generation, in cui attraverso un balbuziente Daltrey la band rivendica il diritto di appartenere ad una generazione meno conservatrice e per nulla disposta ad accettare i diktat dei freddi burocrati borghesi.

People try to put us d-down (Talkin’ ‘bout my generation)
Just because we get around (Talkin’ ‘bout my generation)
Things they do look awful c-c-cold (Talkin’ ‘bout my generation)
I hope I die before I get old (Talkin’ ‘bout my generation)

Quando ho ascoltato per la prima volta Who’s Next ho pensato da subito di trovarmi davanti a qualcosa di grandioso, ad un pezzo di storia della musica rock e non solo. Come avevo fatto a starne lontano fino a quel momento?

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Dall’intro di Baba O’Riley con la maestosa e nervosa calvalcata del synth, fino agli ultimi strilli laceranti di Daltrey in Won’t get fooled again tutto mi sembrava perfetto, e sono stato letteralmente travolto da un uragano rock che non mi avrebbe lasciato andare mai più.

I tasselli successivi della discografia della band londinese li ho poi combinati poco alla volta e in ordine sparso, scoprendone, oltre al lato più incazzato ed esplosivo, anche quello irriverente e pischedelico di The Who Sell Out e quello treatrale delle meravigliose opere concettuali Tommy e Quadrophenia.

Il modo di essere spavaldi e “arroganti” degli Who trova la sua dimensione ideale sul palcoscenico e ispirerà in seguito molti artisti delle successive scene punk e hard rock.

D’altronde la distruzione della chitarra sul palco come simbolo di trasgressione deve a Pete Townshend la sua genesi. Se Jimi Hendrix completava il suo orgasmo musicale in quel modo, per il chitarrista degli Who quell’atto non era che il compimento di una catarsi.

In quella dimensione c’era l’habitat naturale del gruppo. Il modo in cui Townshend faceva roteare vorticosamente il braccio per colpire le corde della sua chitarra, i saltelli quasi epilettici di quel fottuto genio del folletto Keith Moon, la potenza vocale del palestrato e belloccio Daltrey e le perfette linee di basso di Entwistle trovavano in quei metri da calpestare davanti al pubblico una vera e propria alchimia estatica.

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Purtroppo sono riuscito a coronare il sogno di poter accarezzare parte di quell’emozione solo il 17 settembre del 2016 a Bologna, quando ormai oltre a Keith Moon, scomparso prematuramente nel 1978, non c’era più neppure Entwistle, andato a ricomporre nel 2002 e chissà dove la sezione ritmica degli Who. Al loro posto i pur ottimi Pino Palladino al basso e Zak Starkey (figlio di Ringo Starr) alla batteria. Vabbè, meglio tardi che mai.

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Il rock non eliminerà i tuoi problemi. Ma ti permetterà di ballarci sopra.” (Pete Townshend)

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