Storia di un impiegato di De André può dirsi attuale ancora oggi?

Di lui Mario Luzi, uno dei principali esponenti della poesia italiana del 900 ha detto: “De André è veramente lo chansonnier per eccellenza, un artista che si realizza proprio nell’intertestualità tra testo letterario e testo musicale. Ha una storia e morde davvero“.
E la storia in questo caso morde ferocemente e suscita polemiche politiche accesissime fra la sinistra che lo accusa di qualunquismo e la destra che lo taccia di essere un pericoloso sovversivo fomentatore di crimini verso le Istituzioni.

In realtà l’atto di “terrorismo” che De André compie con questo lavoro è rivolto più alle coscienze sopite della massa che “aspetta la pioggia per non piangere da sola” e con il proprio immobilismo si rende complice di chi muove i fili del baraccone.

E se nei vostri quartieri tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti siete lo stesso coinvolti.

Il protagonista di Storia di un impiegato potrebbe essere il fratello figlio unico di Rino Gaetano che deve fare quotidianamente i conti con le proprie frustrazioni causate di un’esistenza monotona e umiliante, in cui quotidianamente montano la rabbia e la voglia di emulare i cuccioli del maggio francese.

Questa collera crescente si trasforma ben presto in sete di rivalsa nei confronti del responsabile principale del suo avvilimento: il potere in tutte le sue forme, che sia quello genitoriale, giudiziario o borghese.

Nella sua ansia ribelle il trentenne disperato finisce per diventare strumento dell’autorità stessa fino a porsi sullo stesso piano degli apparati che critica e combatte, decidendo di investirsi di un potere tutto suo per farsi giustizia da solo.

E così la smania rivoluzionaria lo proietta idealmente al ballo mascherato come infiltrato di una festa che fra i suoi invitati include tutti i simboli di queste tre forme di potere, e che immagina di scardinare con l’uso del tritolo per poter poi tornare alla sua vita tranquilla.

Ma nel suo “sogno lucido” ad attenderlo c’è un’aula di tribunale in cui a giudicarlo c’è il potere borghese che lo ringrazia per essersi prestato ad essere uno strumento funzionale ai suoi interessi.

Imputato, il dito più lungo della tua mano è il medio
quello della mia è l’indice, eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato al di sopra di me,
ma al di sopra di me, per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato, il potere ti è grato.

E’ in questo momento che dopo il risveglio dall’incubo l’impiegato decide “lucidamente” di passare all’azione. Il resto é l’errore che le sue mani impreparate lo portano a compiere, fino alla sua condanna, stavolta reale, che lo porta per la prima volta ad assaporare la vera uguaglianza sociale, quella fra i detenuti di un carcere.

Interessante e minuziosa la lettura psicologica che il cantautore genovese fornisce del personaggio e del tormento che viaggia fra l’ansia di una ribellione fondamentalmente priva di logica e le sirene affascinanti della violenza. Altro particolare non trascurabile é l’uso costante e mirato di continue metafore da parte dell’autore, metafore che arricchiscono il lavoro con un linguaggio duro e moderno.

Dal punto di vista musicale, l’opera rappresenta una delle vette più alte raggiunte del cantautore genovese, che riesce benissimo nell’intento di creare quelle atmosfere oniriche e angoscianti, necessarie per rendere credibile un simile processo mentale. Si passa da ritmi cupi e lenti a squarci di progressive rabbioso che si sposa benissimo con i passaggi più pregni di rabbia e volontà omicida del bombarolo, fino alla splendida ballata verrano a chiederti del nostro amore, intensa e tristissima.

Un disco che gioca molto su contrasti e cambi di registro continui, creando un clima distonico e cupo. Per alcuni versi questo album è per la musica italiana quello che Il Processo di Kafka rappresenta per la letteratura mondiale. L’ineluttabile destino dell’uomo qualunque vessato e umiliato da un sistema che attraverso la giustizia applica le sue leggi naturali per auto tutelarsi.

Fabrizio-De-Andrè-01

Storia di un impiegato non é né un inno alla violenza né un’incitazione al terrorismo. E’ un’analisi fredda e durissima dei risvolti sociali e psicologici che trovano nella disperazione terreno fertile per arrivare a concepire gesti estremi, ed é anche una condanna per chi pensa di poter cambiare il mondo attraverso atti di irrazionale individualismo.

Lo stesso De André si preoccuperà più tardi di precisare alcune cose. Faber infatti si è sempre definito anarchico nel significato più autentico del termine, cioè convinto che  l’uomo possa governarsi da solo, senza il bisogno delle istituzioni opprimenti, e che questa capacità determini il raggiungimento dell’interesse collettivo, ritenendo una forzatura l’equazione anarchia-violenza.

Con Storia di un impiegato ancora una volta De André si preoccupa di dare voce a quelli che sono stati messi ai margini della società borghese benpensante, e che non sono che ingranaggi utili, alla bisogna, ad assecondare il potere o ad esserne il braccio operativo più o meno consapevole.

E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual’è il crimine giusto per non passare da criminali.
Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame

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