Gli Afterhours sui giovani di ieri ci scatarravano su.

Tra le doti di cui potrei vantarmi non c’è certamente la buona memoria, ragion per cui non ricordo neppure quali possano essere le eventuali altre in mio possesso.

Non è chiaro si lo so, ma è una dote che non ho.

In ogni caso questa mia idiosincrasia per la memorizzazione di qualsiasi cosa mi ha fortemente penalizzato nel rapporto con le canzoni sotto la doccia. Ho sempre avuto molta difficoltà a ricordare interi testi ed è forse per questo che non mi hanno mai invitato sul palco della Royal Albert Hall.

Comunque nel caso degli Afterhours coi testi è andata diversamente e non so spiegarmi bene il perchè.

Li ho ascoltati allo sfinimento almeno fino a “I milanesi ammazzano il sabato” e li ho amati tanto, ma negli amori musicali sono poligamo, quindi direi che questo argomento non può bastare come spiegazione.

Con ogni probabilità la chiave di tutto è stata la totale mancanza di banalità dei testi della band milanese.

afterhours001Le liriche di Manuel Agnelli richiedono infatti un ascolto attento e una fase di analisi e studio. Ogni volta si aggiunge un dettaglio o addirittura si coglie un significato diverso del brano.

Il mio primo impatto con gli Afterhours l’ho avuto con Hai paura del buio? e ricordo nitidamente la strana sensazione di piacere misto a fastidio per quello strano cantato di 1.9.9.6. e quel testo assurdo e apparentemente sconclusionato.

Non sapevo davvero cosa pensare davanti ad un album così granitico, feroce e intriso di un’atmosfera così “sporca”. Da una parte chitarre e voce taglienti e velenose, dall’altra brani più eterei e sospesi grazie ad inserti elettronici alla Melvins.

Afterhours-1990

Per la prima volta l’ascolto di un album mi procurava una sensazione di spaesamento reale e non riuscivo a capire se quelle tracce mi piacevano parecchio o proprio non riuscivo a digerirle.

Quelle assurde atmosfere sospese fra sogno, realtà e psichedelia mi hanno letteralmente rapito per molto tempo, un periodo nel quale tra l’altro ho seguito gli Afterhours anche parecchie volte dal vivo. Il concerto di Campo Boario ad Ostuni nel 2005 resta per me il più bello di tutti.

Poi è arrivata la spiazzante doccia pop di Non è per sempre, un disco più meditato e accattivante, passaggio quasi obbligato verso la direzione che con Quello che non c’è si sarebbe sempre più definita, quella cioè di una scrittura più classica e cantautorale. I testi assumono una forma più convenzionale e la feroce ironia delle liriche lascia il posto a toni più diretti e cupi, i suoni si fanno più ricercati e le chitarre distorte cedono parzialmente il passo al violino elettrico di Dario Ciffo.

Molti fans della prima ora non digeriranno mai questa svolta per loro difficile da comprendere senza sotterrare l’ascia di guerra dell’integralismo. In fondo la “svolta” non è altro che la logica conseguenza del compromesso con la vita e con quello che si diventa crescendo e maturando come persone. Non si tratta di cedimento o sputtanamento ma di naturale evoluzione umana prima che artistica. L’essenza non muta ma la forma si.

Un rettile può cambiar pelle ma non cambia il cuore

Manuel Agnelli proverà in seguito più volte a spiegare il suo punto di vista, mal celando una rabbia latente verso questi fans che pretendono che gli Afterhours si comportino come piacerebbe a loro. In fondo fare i duri e puri col culo degli altri è fin troppo facile.

manuel-agnelli Per molti Manuel Agnelli è ormai nient’altro che un fottuto giudice di X-Factor, per me resterà comunque sempre il frontman di una delle più importanti band dell’alternative rock nostrano, cui va riconosciuto (anche) il merito di aver sdoganato le collaborazioni fra artisti come metodo e non occasione in un contesto come quello italiano molto restio e chiuso. Agnelli ha sempre sottolineato l’importanza di questo aspetto e della contaminazione come arricchimento reciproco. Ci ha provato anche organizzando in prima persona per alcuni anni il Tora!Tora! Festival e avviando numerose collaborazioni anche con artisti internazionali come Greg Dulli e Mark Lanegan.

Adesso che con l’ulteriore e interessante esperienza televisiva di Ossigeno Manuel Agnelli fa parte a pieno titolo del baraccone di cui parlava in Non si esce vivi dagli anni ’80 mi verrebbe da chiedergli però se tirando le somme sia meglio stare dentro o fuori la televisione.

Meglio artefatto e volgare o meglio coglione?

In fin dei conti della risposta non mi importa, va benissimo così.

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