Porcupine Tree. Un viaggio necessario sul tappeto volante di Steven Wilson.

La vita è quella cosa che ti costringe a perdere tempo facendo cose inutili come lavorare mentre potresti farne altre molto più produttive come ascoltare musica, leggere, cucinare e giocare a calcetto con gli amici.

Nel mio periodo di bulimia di ascolti compulsivi, che corrisponde più o meno alla fase che va dai quindici anni fino al giorno prima che cominciassi a lavorare, le mie orecchie hanno ascoltato le migliaia di discografie e album che ora costituiscono le fondamenta del mio background musicale.

Era un periodo bellissimo, e corrisponde più o meno a quello in cui iniziava l’inesorabile agonia del cd. I primi supporti digitali si erano da poco affacciati sul mercato discografico ma noi eravamo ancora troppo orgogliosamente e ottusamente puristi per considerarli degni di essere ascoltati.

In compenso con un nutrito gruppo di conoscenze di appassionati di musica avevamo dato vita ad un frenetico scambio di cd. Il tutto in un “mercato” totalmente gratuito la cui unica remunerazione era costituita dall’ascolto che ci attendeva appena avremmo inserito il cd nel lettore. Il cd, appunto, perché il vinile no, quello non si presta e non si scambia. Mai.

Sono stati pochi però i casi di folgorazione prepotente ed immediata per quanto mi riguarda. Per intenderci quelli che meritano un posto d’onore nella mia parete tappezzata di cd. Uno di questi casi riguarda certamente i Porcupine Tree.

I Porcospini hanno curiosamente conosciuto il successo discografico prima in Italia che in Gran Bretagna grazie ad una martellante serie di passaggi radiofonici sulle onde dell’emittente romana Radio Rock. Presto il loro nome è stato associato a quello dei (nuovi) Pink Floyd, condannandoli a dover convivere con un’etichetta che da un lato ha contribuito ad alimentarne il culto, dall’altro può aver rappresentato un limite agli occhi di molti.

Della lunga carriera dei Porcupine Tree si possono riconoscere due tronconi fondamentali intervallati da una fase di mezzo. Un primo periodo più puramente psichedelico con qualche spennellata di elettronica, ed un secondo – che arriva fino ad oggi – più orientato verso il prog-rock. In mezzo una fase (bellissima) di transizione che fondamentalmente corrisponde a quella di Stupid Dream, Lightbulb Sun e In Absentia.

Ad incidere in questi cambi di direzione il non poco trascurabile avvicendamento alla batteria avvenuto nel 2002. In principio a percuotere le “pelli” dei porcospini c’era il più fantasioso e “anarchico” Chris Maitland sostituito poi dal più tecnico e muscolare Gavin Harrison.

Il primo approccio alle alchimie psichedeliche di Steven Wilson e soci l’ho avuto attraverso l’ascolto di The Sky Moves Sideways. Ed è stato subito amore.

Oltre alla capacità di fondere le note con melodie seducenti e incastonarle in armonie quasi perfette, una delle cose che mi ha sempre impressionato dei porcospini è stata l’attenzione maniacale ad ogni minimo suono e dettaglio. Non è un caso che poi Steven Wilson sia diventato uno dei più importanti produttori e tecnici del suono internazionali. Basti pensare che i King Crimson gli hanno affidato la rimasterizzazione della loro intera discografia.

Se dovessi associare ad un’immagine la musica della band dei Porcupine Tree la prima cosa che mi verrebbe in mente è certamente il viaggio. Un viaggio non tanto fisico quanto nella e della mente. Un percorso fatto di tempi dilatati e ritmiche ossessive ed inquiete. Un viaggio che vale la pena compiere come Steven Wilson: a piedi nudi su un tappeto volante.

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