Dove cazzo è finito il lunedì?

Avete presente le risposte alle domande difficili tipo: “qual è il tuo piatto preferito?“.

Non so a voi, ma interrogativi di questo tipo mi mandano in crisi, sia perchè mi riesce difficile indicarne uno e soltanto uno – in particolare se la domanda è rivolta a bruciapelo – sia perchè mi sembrerebbe di fare un torto a tutti gli altri piatti che potrebbero decidere di vendicarsi regalandomi una digestione lenta e dolorosa appena gli si presenterebbe l’occasione di farlo.

Digressioni culinarie a parte, se dovessero rivolgermi quella domanda in ambito musicale probabilmente indicherei in David Bowie il prescelto.

Non sto qui a spiegarne le ragioni, che immagino possano risultare interessanti come le istruzioni della lavatrice, ma in generale posso dire che il Duca Bianco rappresenta per me uno degli esempi più fulgidi della parola artista: un genio, a volte incompreso, che ha anticipato, osato, provocato, creato un suo stile (in verità più di uno nel caso di mr. David Robert Jones) perfettamente riconoscibile, ha ispirato artisti o sedicenti tali per decenni e spinto tanti altri all’emulazione.

Se parlassimo di marketing potremmo certamente dire che Bowie sia stato e sia ancora un brand, un marchio che nella percezione dell’immaginario collettivo va decisamente oltre il prodotto che ha rappresentato.

La mattina dell’11 gennaio 2016 – mentre nel mio letto cercavo inutilmente una ragione valida per andare in ufficio – scorrendo la home di facebook mi è apparsa davanti agli occhi una notizia alla quale facevo fatica a credere: The White Duke ci aveva lasciati qualche ora prima, appena due giorni dopo la pubblicazione del suo nuovo album Blackstar.

Ho così iniziato a cercare conferme in rete sperando di trovarmi davanti ad uno dei tanti “scherzi” di Bowie o alla più classica delle fake news.

Purtroppo però ho presto trovato conferma sulla pagina facebook ufficiale dell’artista britannico e ho scritto ad alcuni amici per comunicargli lo shock da cui ero stato travolto.

Da quel momento – e per alcuni giorni o forse settimane – ho iniziato a fare le pulci a quanto pubblicato da Bowie nei tre mesi precedenti, cercando qualche indizio che potesse spiegare quell’evento del tutto inaspettato.

Dall’inquietante video della title track Blackstar, che aveva attirato la mia attenzione in tal senso già dal momento della sua diffusione, a quello di Lazarus, uscito appena tre giorni prima della sua morte, Bowie ha disseminato tracce di quello che sarebbe accaduto di lì a poco.

Non dimenticando che suggestioni e paranoie sono sempre vive e lottano insieme a noi, mi è parso piuttosto evidente che Bowie avesse “pianificato” tutto, conscio del destino cui stava andando incontro, e avesse lucidamente deciso di scrivere la sceneggiatura della sua uscita di scena, programmandone anche tempi e modi.

Una cosa in particolare mi ha mandato fuori di testa in quei giorni. Una frase – una singola frase – tratta dal brano Girl Loves Me.

In un testo apparentemente senza un senso compiuto e nel quale si fondono due linguaggi, il nadsat, quello che Burgess ha creato per Arancia Meccanica e il polari, uno slang giovanile molto in voga negli ambienti omosessuali londinesi negli anni ’70, Bowie ripete più volte e in diversi momenti della traccia “Where the fuck did monday go?“. Oltre all’ossessività della frase anche il tono con cui la pronuncia è strano, fra l’incazzato e il disperato come quello di chi sa di aver perso qualcosa che non avrà più indietro.

L’unico fatto certo è che dopo l’uscita di Blackstar Bowie il lunedì non l’ha più visto. Where the fuck did monday go?

Nel lungo periodo siamo tutti morti” (John Maynard Keynes)

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